proteine vegetali dott. Enrico Veronese

Alimentazione: le proteine vegetali

I vantaggi delle proteine vegetali

  • Prevengono le malattie cardiovascolari
  • Fanno diminuire il colesterolo
  • Attenuano le problematiche della menopausa (fitoestrogeni)
  • Hanno potere chemoterapico per alucune tipologie di tumori come il cancro al seno e prostata
  • Danno un discreto apporto aminoacidico a chi per scelta o per problematiche varie non può utilizzare proteine animali
  • Nelle dietoterapie restrittive hanno effetto anticatabolico, cioè evitano la distruzione del muscolo durante l’allenamento o lo stress fisico

Vediamo se la scienza conferma o meno queste qualità,

Tra le proteine vegetali più utilizzate c’è sicuramente la soia.

Fagiolini per dieta proteica
Fagiolini di soia

La soia e le proteine della soia vengono utilizzate in moltissimi prodotti industriali e non: germogli, oli, semi, sostitutivi della carne e del latte (solo per aspetto ma non come proprietà), zuppe, salse, condimenti, dessert, prodotti per l’infanzia, pane, cereali da colazione, tofu, alimentazione animale, emulsionante (lecitina di soia E322), ecc.

Dal punto di vista salutistico e nutrizionale, le proteine vegetali della soia, sono stati oggetto di numerosi studi da parte della comunità scientifica che ne ha mostrato aspetti positivi e negativi. Molti di questi studi sono stati condotti in Asia dove si consuma più soia ( e proteine vegetali in genere) e, molti dei benefici o danni sulla salute sono legati principalmente al consumo tradizionale e, in misura minore alle proteine di soia sotto forma di integratore.

Oltre a ciò molti aspetti salutistici sono correlati non tanto all’attività delle proteine, ma bensì ad altri composti, primo fra tutti l’isoflavone che comunque è presente anche nei concentrati e isolati proteici della soia. Gli isoflavoni sono composti difenolici che si legano ai recettori degli estrogeni e sono in grado di esercitare alcuni effetti simili all’estrogeno:

PER QUESTA RAGIONE SONO CLASSIFICATI COME FITOESTROGENI

I due isoflavoni primari nella soia sono la genisteina e la daidzeina (Hamilton-Reeves et al., 2010). Approfondendo quanto detto, in Asia la proteina vegetale della soia è consumata tradizionalmente sotto forma di alimenti non fermentati (tofu, soia naturale e latte di soia), alimenti fermentati (miso, natto), altri prodotti (fritture, soia essiccata e/o pressata).

L’assunzione media giornaliera di isoflavoni derivati dai suddetti alimenti, in Oriente è compresa tra i 25mg e 50mg. Al contrario, l’assunzione di isoflavoni di soia in popolazioni occidentali è di solito inferiore a 1mg al giorno e gli alimenti tradizionali asiatici sono raramente consumati.

In Occidente le fonti principali di isoflavoni provengono da altri legumi e verdura che ne contengono piccole quantità e, da farina di soia e proteine di soia che sono comunemente aggiunte in diversi prodotti da forno e prodotti in scatola (Wu et al., 2008). Potrebbe essere così giustificato l’utilizzo di supplementi di soia e di isoflavoni nel campo dello sport per trarne il massimo beneficio.

Un esperimento condotto in questo senso, ci informa che nella produzione di proteine isolate della soia vengono estratti dalla farina di soia circa il 27% di isoflavoni e circa il 41% di saponine mentre il resto permane nella farina (Lin et al., 2006). È lecito a questo punto sostenere che gli integratori di soia, a seconda del metodo estrattivo, possono contenere una concentrazione più o meno elevata di tali composti e se biologicamente attivi, possono esercitare un ruolo funzionale sull’organismo umano.

Partendo dagli aspetti negativi sulla salute, la soia contiene fattori antinutrizionali come: inibitori delle proteasi indispensabili per la digestione proteica, allergeni, fitati, lectine, ecc. Tali composti vengono però inattivati con il trattamento termico che ne garantisce la scomparsa o una drastica riduzione (Qin et al., 1996).

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I risultati di alcuni studi sollevarono dubbi sulla possibilità che le proteine vegetali e gli isoflavoni potessero favorire la comparsa di caratteristiche femminizzanti nell’uomo come la ginecomastia, disfunzione erettile, aumenti di estrone ed estradiolo, bassi livelli di testosterone (Fischer et al., 2004; Martinez e Lewi, 2008). Una meta analisi pubblicata da (Hamilton-Reeves et al., 2010) ha però dimostrato che né i prodotti di soia né gli integratori di isoflavoni di soia alteravano i livelli di testosterone negli uomini.

Lo studio di (Kalman et al., 2007) ha inoltre valutato l’effetto dell’integrazione, dopo 12 settimane di allenamento di resistenza, di 50g al giorno di proteine in polvere fra cui: proteine isolate della soia, proteine concentrate della soia, miscela di sieroproteine (50% isolate e 50% concentrate) e miscela omogenea di proteine di soia isolate e sieroproteine isolate. Facendo un confronto tra l’inizio del test e dopo le 12 settimane, non sono state osservate differenze significative tra i 4 gruppi per il testosterone totale, testosterone libero e le SHBG; il rapporto testosterone/estradiolo era aumentato in tutti i gruppi mentre l’estradiolo era diminuito.

Gli studi epidemiologici di Badger et al. (2005) hanno rilevato invece come effetto benefico che le proteine di soia possono ridurre il rischio di tumori alla mammella, colon e prostata sui ratti.

Quelli di Shu et al. (2009) hanno coinvolto 5042 donne alle quali era stato diagnosticato un cancro al seno. Dopo alcuni anni i ricercatori hanno associato l’assunzione di soia ad un miglioramento della sopravvivenza indipendentemente dall’uso di tamoxifene (farmaco antitumorale). Anche il tamoxifene migliorava la sopravvivenza delle donne che avevano bassi livelli di assunzione di isoflavoni di soia, però il farmaco non migliorava ulteriormente i tassi di sopravvivenza delle donne che consumavano molti isoflavoni di soia.

Inoltre, le donne che assumevano molti alimenti di soia senza prendere tamoxifene, avevano un minor rischio di mortalità e di recidiva rispetto alle donne che assumevano poca soia e utilizzavano il tamoxifene. Questo suggerisce che l’assunzione di alimenti ad alto contenuto di soia e la somministrazione di tamoxifene possono statisticamente avere un analogo effetto sui risultati del cancro al seno. I risultati delle analisi di Yan e Spitznagel (2009) informano anche che al consumo di alimenti a base di soia è associata una riduzione del rischio di cancro alla prostata negli uomini e tale protezione può dipendere anche dal tipo e dalla quantità di alimenti di soia consumati.

Proteine vegetali quali sono
Le proteine della soia sono ottime per gli sportivi

Le proteine del legume (La soia è un legume) sono ottenute dai semi della soia, da cui si ricava poi la farina. I semi infatti contengono un elevato numero di proteine (oltre 40g su 100g di semi disidratati e tostati), grassi polinsaturi e glicosidi. Dunque in termini di quantità proteica, questa proteina vegetale è migliore rispetto alla carne e al pesce, sebbene la qualità sia inferiore.

la soia non contiene sufficiente metionina (amminoacido limitante) ed è per questo fondamentale integrarla con i cereali per il principio di complementarietà proteica. Il profilo amminoacidico proposto in (Tabella 14) suggerisce che

i semi di soia possiedono due importanti amminoacidi non essenziali come l’arginina e la glutammina che sono noti per: fornire energia, essere precursori della sintesi amminoacidica, aumentare il volume muscolare, favorire il rilascio degli ormoni della crescita (GH). Possiedono inoltre un quantitativo interessante di amminoacidi ramificati ed essenziali, ma in confronto con le precedenti proteine di origine animale tale quantitativo è modesto (Nutritiondata, 2016).

Amminoacido – Concentrazione (g)

Alanina 1,87
Arginina 3,07
Asparagina 4,98
Cisteina 0,64
Glutammina 7,67
Glicina 1,83
Istidina 1,07
Isoleucina 1,92
Lisina 2,63
Metionina 0,53
Fenilalanina 2,07
Prolina 2,32
Treonina 1,72
Triptofano 0,58
Tirosina 1,50
Valina 1,98
Leucina 3,22
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Totale proteine 41,87

Totale BCAA 7,12

Totale EAA 15,72

Un confronto più approfondito è proposto in (Tabella 15) che riporta le quantità totali di BCAA ( aminoacidi ramificati) ed EAA ( aminoacidi essenziali) in 100g effettivi di proteina; difatti i precedenti valori di amminoacidi ramificati ed essenziali fanno riferimento a 100g di caseine e sieroproteine ma, sull’albume è riferito a 81,1g di proteine e sulla soia a 41,87g di proteine. Con una semplice proporzione infatti è possibile ricavare i seguenti dati su 100g di proteine di ogni specifica fonte:

Anche se la composizione amminoacidica, in particolare BCAA ed EAA non è al pari delle caseine, sieroproteine e albume, la soia è un ottimo rimedio per atleti vegetariani e vegani. Inoltre contiene pochissimi carboidrati e grassi e, l’assenza di glutine la rende adatta agli intolleranti celiaci; d’altro canto è anch’essa un allergene, anche se più comune nei bambini rispetto agli adulti.

100g proteina Caseina Sieroproteina Albume Soia

Totale BCAA 20,26 22,78 20,44 17,01
Totale EAA 46,53 50,09 44,57 37,54

Sotto forma di supplemento proteico, le proteine vegetali della soia si distinguono in proteine della soia concentrate e proteine della soia isolate (tasso proteico maggiore), a seconda del livello di raffinazione (Endres, 2001).

Proteine della soia concentrate: contengono almeno 65% di proteine, vi sono poi le fibre e una parte di lipidi e carboidrati (zuccheri solubili esclusi). Sono prodotte attraverso tre processi di base, cioè la lisciviazione acida a pH ≈4,5 poi estrazione con alcool e infine, passaggio con calore umido ed estrazione del composto con acqua (Endres, 2001). Esistono diversi formati fra cui: in polvere, granuli, spray dried. Essi aumentano il tenore proteico negli alimenti e ritengono liquidi e lipidi, per questo sono molto utilizzati dalle industrie alimentari;

Proteine della soia isolate: contengono ≈90% di proteine. La proteina viene estratta dai fiocchi di soia sgrassati con acqua o una soluzione lievemente alcalina (pH 8-9); segue la centrifugazione per rimuovere il residuo fibroso insolubile. Si porta l’estratto risultante a pH 4,5 dove le proteine precipitano. A questo punto si separa ulteriormente l’isolato proteico con centrifugazione e molteplici lavaggi dagli oligosaccaridi solubili (Endres, 2001). Infine il prodotto si essicca. Rispetto alle concentrate viene quindi ridotta sensibilmente la presenza di altri componenti come lipidi, carboidrati e, sono anch’esse utilizzate come emulsionanti o vendute in polvere come integratori alimentari.

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fonti di proteine vegetali

Maki et al. (2011) ha condotto uno studio facendo il confronto tra una frazione insolubile di proteine della soia (SP) e le proteine totali del latte (TMP), somministrando 25g di ogni fonte al giorno, per 4 settimane, a uomini e donne, con una moderata ipercolesterolemia. I risultati delle analisi riportati in (Figura 8) mostrano la diversa efficacia delle due fonti proteiche nel ridurre o aumentare il colesterolo totale (TC), colesterolo LDL (LDL-C), colesterolo non HDL (Non-HDL-C), colesterolo HDL (HDL-C), trigliceridi (TG). Da quello che emerge dallo studio è che le proteine della soia sono state maggiormente efficaci nel ridurre il colesterolo totale, colesterolo LDL, colesterolo non HDL rispetto alle proteine del latte. Inoltre il colesterolo HDL è aumentato con co le proteine vegetali della soia ed è diminuito il livello di trigliceridi rispetto alla linea di base, mentre per il latte l’andamento è stato opposto.fig8 soia

Infine le proteine vegetali e isoflavoni esercitano effetti protettivi contro l’obesità, il diabete, irritazioni del tratto digestivo, malattie delle ossa e dei reni (Friedman e Brandon, 2001).

Concentrandoci ora sugli effetti degli integratori a base di soia nel campo dello sport e dell’allenamento, un noto studio di Tang et al. (2009), ha confrontato gli effetti in allenamento e a riposo di sieroproteine idrolizzate, caseine e proteine isolate della soia sulla sintesi proteica muscolare calcolata attraverso il tasso di sintesi frazionale (FSR); quest’ultimo stima la velocità con la quale le proteine sono sintetizzate all’interno dell’organismo umano e animale. I risultati mostrati in (Figura 9) suggeriscono che a riposo, sia le sieroproteine (FSR= 0,091±0,015) che le proteine isolate della soia (FSR= 0,078±0,014) incidono maggiormente e significativamente rispetto alla caseina (FSR= 0,047±0,008). Nessuna differenza significativa è stata trovata fra le sieroproteine e la soia a riposo. Dopo l’esercizio di resistenza, il tasso FSR registrato era maggiore in tutti e 3 i gruppi, però le sieroproteine sono risultate statisticamente più efficaci delle caseine e della soia; quest’ultima però aveva un tasso FSR maggiore del 64% a riposo e del 69% dopo l’allenamento rispetto alle caseine. La conclusione è che le proteine a veloce assimilazione come la soia e le sieroproteine incidono maggiormente sull’MPS (sintesi massa proteica), sia a riposo che post allenamento. Nonostante ciò, le sieroproteine hanno stimolato maggiormente la sintesi proteica, soprattutto dopo l’esercizio di resistenza, e questo può essere spiegato dal fatto che il siero del latte contiene una percentuale leggermente più alta di amminoacidi ramificati, soprattutto di leucina.

Le proteine della soia hanno dato dunque un buon riscontro sia a seguito di un allenamento di resistenza che in condizioni di riposo. Proprio in questo ambito, un altro studio Hashimoto et al. (2015) effettuato questa volta su soggetti impossibilitati a muoversi per un lungo periodo di tempo, ha messo in evidenza che le proteine vegetali della soia permettono di ritardare il catabolismo proteico, di impedire l’atrofia muscolare e di mantenere se non di aumentare il volume muscolare.

I contenuti degli articoli non devono sostituirsi alle indicazioni del professionista. che ha in cura il lettore. Le diverse modalità di assunzione che potrebbero essere dedotte dagli articoli sono prettamente a scopo scientifico divulgativo (si tratta di studi scientifici, approfondimenti, esperienze personali di atleti e professionisti del settore) e quindi non vanno presi come riferimento pratico. Gli integratori (salvo diversa prescrizione di un professionista) vanno utilizzati secondo la posologia riportata in etichetta.

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dott. Enrico Veronese glutine

Glutine e flora batterica

Eliminare il glutine può danneggiare la flora batterica?

Che cos’è il glutine e perché eliminarlo?

Togliere il glutine senza un motivo fondato non sempre porta benefici!

Lo dice uno studio  (Palma, Collado, Sanz Br.Nutr.2009) Valutando la composizione del  microbiota ( della flora intestinale ) di individui che hanno eliminato  dalla loro dieta gli alimenti contenente il glutine si è visto che in questi soggetti  i Bifidobatteri  e i Lattobacilli  che hanno caratteristiche funzionali positive sono diminuiti in modo considerevole a discapito invece di batteri come escherichia Coli   o enterobacteriaceae totali che invece hanno caratteristiche negative.

Altri studi hanno tentato di spiegare questo fenomeno  e sono arrivati alla conclusione che ,chi elimina il glutine dalla dieta non sempre lo fa nel modo corretto e sovente anche senza un reale motivo . I

nfatti eliminare alimenti contenente glutine può comportare  una ridotta assunzione di polisaccaridi con effetto prebiotico ( i prebiotici sono i composti che nutrono e favoriscono lo sviluppo della flora batterica) . Il problema si potrebbe ovviare efficacemente inserendo alimenti privi di glutine , ma rinforzati di polisaccaridi e probiotici. In questo modo si raggiungerebbe l’obbiettivo senza compromettere il microbiota.

Ma perché si toglie il glutine?

Sicuramente quando ci sono delle cause dirette come “la celiachia” che è una patologia dove chi ne è affetto ha una errata risposta immunologica al glutine, cioè il sistema immunitario tramite il linfociti T ha una risposta spropositata alla presenza di gliadina ( una proteina che costituisce il glutine)  causando cosi’ infiammazione  e danni all’intestino stesso. La malattia è autoimmune, cronica e si conferma in modo definitivo tramite biopsia, ma ci sono dei test molto efficaci e meno invasivi che possono dare la prima diagnosi.

Eliminare il glutine
Il riso non continene glutine

Intolleranza al glutine , più difficile da riscontrare, di più recente individuazione chi ne è affetto ha un reale beneficio nell’eliminazione del glutine dalla dieta , pur non essendo  affetto da celiachia vera e propia (NCGS) , quindi avendo riscontro negativo dai test e dalla biopsia, ma avendo tutti i sintomi che il glutine causa ai celiaci ( dierrea, infiammazione, malassorbimento etc).

  • Allergia al grano
  • Atassia da glutine
  • Dermatite (dh)
Ma cos’è il glutine?

Il glutine è una proteina composta da gluteline (grano) e prolammine  (gliadine grano, avenine avene etc) . Queste proteine hanno caratteristiche importanti nella panificazione in quanto hanno proprietà elastiche e quindi consentono una corretta lievitazione e fragranza dall’alimento.

Come altre proteine vegetali non è una proteina nobile, ha un aminoacidi limitante, la lisina.

Eliminare il glutine se non si rientra nelle categorie sopra elencate( allora diventa una necessità e bisogna ricorrere ad alimenti sostitutivi) significa privarsi di una importante categoria alimentare che fa parte della nostre cultura da millenni e che ci da oltre che nutrimento notevole piacere  . ( pensiamo ad un piatto di pasta o al pane fragrante appena cotto etc).

Ci sono studi che parificano il piacere che si ricava dal cibo al piacere che si può ottenere da un successo lavorativo o dal sesso.

eliminare glutine
Esistono negozi specializzati nella vendita di alimenti GLUTEN FREE

Quindi dal mio punto di vista da nutrizionista è molto importante non lasciarsi trasportare dalle mode, ponderare bene le scelte e soprattutto avere delle conferme scientifiche e non soltanto sensazioni.

Buona parte di chi si definisce celiaco o intollerante poi nella realtà non lo è, ed i problemi sono di diversa causa e origine.

Inoltre se mai si decidesse di compiere questo passo ,sia se si è  motivati da cause reali, che non bisogna fare si che ci sia una corretta compensazione e che la nostra scelta non si traduca in una sola privazione che andrebbe a inficiare il nostro stato generale, come per esempio la corretta funzionalità del microbiota ( vedi inizio articolo).

Gli alimenti che contengono glutine sono :

  • grano (frumento)
  • farro
  • orzo
  • kamut
  • segale
  • avena ( meno)

Alimenti che non contengono glutine :

  • riso
  • mais
  • amaranto
  • grano saraceno
  • miglio

 

I contenuti degli articoli non devono sostituirsi alle indicazioni del professionista  che ha in cura il lettore. Nel caso l’articolo tratti  di principi attivi utilizzati negli integratori le diverse modalità di assunzione che potrebbero essere dedotte dagli articoli sono prettamente a scopo scientifico divulgativo (si tratta di studi scientifici, approfondimenti, esperienze personali di atleti e professionisti del settore) e quindi non vanno presi come riferimento pratico.Gli integratori (salvo diversa prescrizione di professionista) vanno utilizzati secondo la posologia riportata in etichetta.

Quanta acqua bere durante il giorno

Avena e legumi per dimagrire

Ho già parlato in altri articoli dell’importanza del microbiota  cioè della flora intestinale e di come influisce sull’assimilazione dei cibi e sulla salute fisica e psicologica in generale. Adesso facciamo un’analisi degli alimenti che favoriscono l’eubiosi, cioè quel corretto equilibrio tra la flora intestinale e lo sviluppo di colonie positive e funzionali.

Infatti ci sono alimenti che hanno funzione prebiotica, cioè che fanno da nutrimento ai batteri e ne favoriscono lo sviluppo.  Tra queste sostanze che sono classificate come fibra, ci sono sicuramente i Betaglucani  che sono contenuti nell’avena.

Avena: betaglucani e loro potenziale ruolo salutistico

Iniziamo con il dire che in base al vegetale dove sono contenuti i betaglucani hanno composizione chimica diversa

[su_expand more_text=”Mostra tutto” less_text=”Non mostrare” height=”50″ hide_less=”no” text_color=”#333333″ link_color=”#0088FF” link_style=”default” link_align=”left” more_icon=”” less_icon=”” class=””](Approfondimento chimico: sono costituiti ancora da glucosio e la cosa particolare è che ci sono blocchi di glucosio attaccati fra loro attraverso legame beta 1-4, separati da glucosio attaccato con legame beta 1-3. Quindi si vengono a creare delle sorti di ripetizioni     1-4,  1-3  1-4 1-3. Le proporzioni di queste ripetizioni sono caratteristiche delle fonti alimentari che contengono. Per esempio in generale nei vegetali prevalgono i legami  beta 1-4 in rapporto 2.2,2.6 : 1 con i legami beta 1-3. In altre specie come il sorgo il rapporto è più 1:1)[/su_expand]

Fiocchi di avena per dimagrire
Gli atleti utilizzano molto i plumcake di farina d’avena

Orzo e avena sono senza dubbio tra i cereali che maggiormente contribuiscono all’introduzione di betaglucani attraverso la dieta e proprio da questi due cereali si estraggono i betaglucani per poi aggiungerli ad altri prodotti alimentari per arricchirli.

crusca di avena per dimagrire
L’avena può contenere glutine per cross-contamination

L’avena ha i betaglucani con caratteristiche di viscosità e solubilità ideali, poichè hanno conformazione spaziale più ampia.

Quindi tra le fonti di betaglucani trovate orzo avena, segale, ma anche, in minor quantità, frumento, riso e mais.

La fibra ha la proprietà di non essere digerita, sebbene sembri una cosa negativa, in realtà può andare ad influenzare la funzionalità gastrointestinale, oltre che l’attività del nostro microbiota, determinando delle condizioni più positive per l’ospite. I betaglucani (avena)  hanno importanti proprietà funzionali di modulazione per il riassorbimento del colesterolo.

Approfondimento chimico: Per quanto riguarda l’ORZO vediamo che il 70% delle molecole è con legame beta 1-4 e il 30 % con legame 1-3. Quindi abbiamo da 2 a 3 segmenti legati 1-4 e 1 segmento legato 1-3 e poi via via si trova ripetuto così. Questo capite dunque che offre una struttura molto flessibile che permette di essere solubile; se noi pensiamo ad una cellulosa, molto rigida come struttura, che forma delle fibrille, difficilmente risulterà solubile. Invece, una struttura dove ci sono dei legami che permettono di avere una certa conformazione spaziale più ampia, più modellabile, ha caratteristiche diverse. Quindi questi tipi di legami dell’Orzo permettono di formare soluzioni viscose, caratteristica importante per questo tipo di fibra e non solo. Nei cereali la situazione cambia perché i betaglucani contengono più del 50% di legami 1-3 e meno i legami 1-4, e questo fa si che  la capacità di solubilità, viscosità, sia diversa. Per questo motivo le fonti principali di betaglucani che si utilizzano perché sono migliori dal punto di vista delle proprietà tecnologiche e funzionali sono quelle derivate dall’orzo e dall’avena)

Sovente vengono addizionati agli alimenti proprio per poter utilizzare claim in etichetta relativi alle proprietà positive relative al riassorbimento del colesterolo e alla riduzione di un potenziale fattore di rischio delle malattie cardiovascolari.

Il raggiungimento di queste proprietà funzionali si ha quando l’introduzione è pari a 3 gr al giorno.

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Legumi: proprietà e benefici

Nei legumi ma anche nel cavolo verza, cavoletti di Bruxelles, broccoli, asparagi, troviamo invece carboidrati costituiti da 3 a 9 unità  di zuccheri semplici come raffinosio, stachiosio, verbascosio, maltotriosio. La loro caratteristica comune è che sono indigeribili e inassorbibili, ma vengono fermentati a livello della flora intestinale residente nell’intestino crasso e nel colon favorendo la flora microbica.

Il fatto che questi composti siano considerati altamente fermentiscibili vuol dire che sono substrato utilizzato dal microbiota intestinale con conseguente produzione di gas. Questi gas sono diversi (CO2, metano e idrogeno) e dipendono dal tipo di microorganismo, quindi dall’attività che si ha a livello intestinale e l’effetto è quello della flatulenza associata al consumo degli alimenti che sono particolarmente ricchi di questi composti. Questo potrebbe  essere un aspetto negativo.

Crusca di avena e legumi
L’avena si può associare alla frutta e frutta secca

Alcuni effetti dei legumi

  • Stabilizzazione, miglioramento del microbiota intestinale
  • Miglioramento delle funzioni intestinali (es.: miglioramento formazione feci, regolarità intestinale, consistenza delle feci. Tutte variabili importanti perché portano a minor permanenza nell’intestino delle feci e quindi di sostanze potenzialmente tossiche sia provenienti dall’esterno che prodotte dei microorganismi)
  • Aumento dell’assorbimento dei minerali e aumento della salute delle ossa
  • Modulazione della produzione di peptidi a livello gastrointestinale e quindi effetto sul metabolismo energetico e sazietà (es.:. Ormoni o molecole segnalatori di quello che stiamo assumendo e quindi modulano i meccanismi di sazietà etc.
  • Ruolo importante nello sviluppo del sistema immunitario ben funzionante dopo la nascita (i prebiotici vengono aggiunti alle formule sostitutive del latte  materno)
  • Miglioramento della funzione della barriera intestinale e riduzione dell’endotoxemia metabolica (cioè della diminuzione della barriera che evita che le sostanze tossiche o alcuni microorganismi possano passare in circolo)
  • Riduzione del rischio di infezioni intestinali (in modo indiretto perché porta ad un miglioramento della composizione del microbiota e questo favorisce la microflora positiva a scapito di quella negativa che causa le infezioni

Ulteriori effetti (probabili)

Altri effetti ma non ancora del tutto certi, ma su cui ci sono già alcune evidenze scientifiche sono:

  • Riduzione del rischio di obesità, di diabete di tipo 2, di sindrome metabolica
  • Miglioramento sull’infiammazione a livello intestinale e quindi di alcuni tipi di patologie caratterizzate dall’infezione del colon
  • Riduzione del tumore al colon

Nei prossimi articoli parlerò di altri importanti fibre prebiotiche: fos, inulina, gomme mucillagine e pectine, che sono i maggiori produttori tramite fermentazione intestinale  di acidi grassi a catena corta, di acido acetico, propionico e butirrico  che hanno fondamentali aspetti funzionali.

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dott. Enrico Veronese

Dimagrimento, muscoli e buon umore partono dall’intestino: microbiota, probiotici, prebiotici

Dimagrimento,muscoli e buon umore partono dall’intestino :microbiota, probiotici, prebiotici

C’è una stretta correlazione tra la flora batterica che vive nel nostro intestino (microbiota intestinale)  e il dimagrimento. Non solo:  si è anche  visto che i batteri  che popolano il tratto terminale del colon sono responsabili  della produzione di  serotonina, importante neurotrasmettitore che gioca un ruolo importante nella regolazione del nostro umore (ha anche molte altre funzioni che vedremo in un prossimo articolo). Il microbiota non è altro che l’insieme di micro-organismi che  ospitiamo nel nostro intestino e che vivono in simbiosi con noi. In questo insieme sono compresi  batteri, funghi (lieviti), protozoi, virus.

Per  quel che concerne i batteri  ce ne sono di vario tipo (phylum) e sono così numerosi che l’insieme delle cellule dei microrganismi che coabitano  con noi è superiore al numero delle cellule umane. Questi microrganismi possono avere caratteristiche positive o negative in base alle loro caratteristiche e metabolismi ; è chiaro che il nostro scopo deve essere quello di favorire la proliferazione di colonie funzionali a discapito di altre che sono dannose.  Il microbiota intestinale non va confuso con il microbioma che è conseguente ad esso e riguarda l’insieme di tutti i geni che possiede la flora batterica (microbiota).  A volte questi termini vengono usati in alcuni articoli come sinonimi creando una certa confusione.

Il microbiota e il microbioma sono legati al dimagrimento.

dott. Enrico Veronese
il microbiota è composto da batteri ,lieviti, virus

Alcuni esperimenti su animali hanno dimostrato che la microflora intestinale influisce in modo inequivocabile  sull’assimilazione degli alimenti.  L’esperimento consisteva nel modificare il microbiota intestinale  di topi obesi con colonie batteriche derivanti da topi magri. In pratica ai topolini obesi oltre ad una dieta standard venivano addizionate le feci (che contengono quasi il 60% di batteri) dei topi magri. So che può apparire una cosa particolarmente disgustosa, ma nella realtà dei fatti è un modo diretto per “trasferire “ un patrimonio batterico da un essere ad un altro. In medicina questo viene chiamato trapianto fecale. Trascorso un certo periodo col modificari del microbiota i topi grassi hanno iniziato a perdere peso (pur mangiando le stesse calorie).  Nonostante ci sia sperimentazione di queste metodiche anche sugli esseri  umani, posso tranquillizzarvi dicendo che esistono altre vie per migliorare la flora intestinale oltre quella appena descritta.

Per migliorare il nostro microbiota intestinale in modo semplice e pratico dobbiamo operare su più fronti. Per prima cosa  dobbiamo avere una dieta equilibrata ricca di fibra e non lasciare troppe ore l’organismo a digiuno. Uno studio dimostra che chi fa il turno di notte al lavoro modifica in modo sostanziale il proprio microbiota, mentre se le stesse persone si alimentano ogni 3 ore circa la variazione non avviene. Questo potrebbe essere uno spunto di riflessione per chi opta per diete del digiuno o semi-digiuno. Diete con troppe proteine e poca fibra sviluppano per esempio un batterio negativo  (la bilophila wadsworthia), che produce tossine dannose all’organismo . Questo micro organismo viene usato  come marker proprio per verificare se stiamo facendo una dieta corretta ,la sua presenza deve metterci in allarme.

dott Enrico Veronese
i prebiotici consentono un corretto sviluppo del miscrobiota

Nel miglioramento del microbiota intestinale giocano un ruolo fondamentale i probiotici, che non sono altro che delle colonie batteriche isolate che si possono trovare in commercio in diversi formati (polvere, capsule, compresse), a volte addizionati al cibo (al cioccolato per esempio), che possono andare ad integrare la nostra alimentazione  e i prebiotici, cioè un insieme di sostanze di cui i probiotici si nutrono e che fanno sviluppare le colonie con caratteristiche positive.

Come prendere i probiotici ?

A digiuno o a stomaco pieno? Considerando che il fine è quello di fare arrivare all’intestino il microrganismo vivo, mangiare qualcosa poco prima potrebbe garantire una temporanea e breve attenuazione dell’acidità gastrica (rispetto al digiuno).  Personalmente ho realizzato un pool di sostanze che consiglio ai miei pazienti assunte prima con un bicchiere d’acqua proprio per  favorire ulteriormente un ambiente gastrico più favorevole ai batteri.
La scelta e l’abbinamento dei probiotici sono una cosa molto complessa  ed infatti con i miei pazienti seguo dei protocolli che includono diversi  ceppi batterici e diversi tempi e modalità di assunzione (anche durante la notte per alcuni atleti) a seconda dei singoli casi specifici. Questo pool comprende inulina, FOS e pectine (fibre insolubili e solubili) che permettono tra gli altri aspetti funzionali  la produzione, tramite fermentazione,  di SCFA (acidi grassi a catena corta) tra cui acido acetico, propionico e butirrico che hanno funzione ipocolesterolemizzante (cioè abbassano il colesterolo bloccando l’enzima HMG.CoA), favoriscono l’eubiosi (ovvero il  corretto equilibrio della flora intestinale), regolano i corpi chetonici, (fondamentali quindi in diete chetogeniche), fanno da substrato energetico per il fegato, favoriscono una corretta apoptosi, evitano un eccessivo utilizzo di glutammina da parte dei microrganismi a favore di altri metabolismi.
Vi ricordo che l’acido butirrico di cui si sente parlare di recente in TV è un marker per  la salute del colon e ha proprietà chemoprotettive. Gli antibiotici distruggono la nostra flora batterica, per questo vanno usati con discrezione e solo se veramente necessari. Inoltre il microbiota intestinale subisce alterazioni quando si cambia ambiente, per esempio quando si va in vacanza, e si viene a contatto di alimenti nuovi  o che possono avere alterazioni batteriologiche o virus. Per questo conviene fare un’azione preventiva  e nel caso di disbiosi  (alterazione dell’equilibrio) intervenire con ceppi specifici di batteri e lieviti.

Disturbi del Comportamento Alimentare : DCA

Disturbi del Comportamento Alimentare: DCA

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono stati ridefiniti recentemente dal DSM-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali) come disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, sono tutte quelle problematiche psicologiche che concernono il rapporto tra gli individui e il cibo.

Più precisamente si definiscono come: “tutti quei disturbi che sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o da un persistente comportamento legato alla nutrizione o all’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”.

Il manuale incorpora molti disturbi che prima erano diagnosticati nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza, come ad esempio la pica e il disturbo restrittivo della nutrizione.

Ciò che accomuna la maggior parte dei disturbi del comportamento alimentare, soprattutto negli adulti, è il fortissimo legame che tali soggetti pensano di avere tra la propria forma fisica e la valutazione o la stima di sè stessi. Al punto da sentirsi completamente inadeguati come persona e sentirsi “sbagliati” o “falliti” a causa del loro aspetto fisico, giudicato da loro stessi orribile.

Basti pensare inoltre che la maggior parte delle persone, sia quelle affette da DCA che non, sono convinte che il loro problema riguardi una mancanza di forza di volontà di fronte al cibo. Questo tante volte è giustificato dal fatto che il cibo ha anche altre funzioni rispetto alla nutrizione in sè. Gli scopi principali del ricorso al cibo, anche in persone non patologiche, è sostituire qualcosa di negativo (cioè qualcosa che crea disagio) con qualcosa di positivo (gratificazione dal cibo). L’alimentazione quindi è inevitabilmente legata anche alla consolazione.

Analizziamo ora i principali Disturbi del comportamento alimentare partendo dai più conosciuti.

Anoressia nervosa

Per definizione il disturbo anoressico viene definito da una restrizione dell’apporto energetico rispetto al necessario che conduce a un peso corporeo eccessivamente basso. Adesso si può diagnosticare l’anoressia nervosa anche con un normopeso o con un sottopeso lieve. Un tempo bisognava avere un BMI inferiore a 17,5 o un percentile al di sotto del 75% per i bambini. A ciò si deve associare una intensa paura di acquistare peso e di diventare grasso, nonostante la possibile presenza di evidenti stati di sottopeso.

disturbi comportamenti alimentari dott. Enrico Veronese
anoressia

Il problema principale di un soggetto anoressico nasce da un bisogno di controllo. Ciò è spiegato dal fatto che tale soggetto si sente completamente inadeguato per la propria forma fisica, e attribuisce ad essa la causa di qualsiasi tipo di fallimento, giungendo alla conclusione di avere una vita completamente fuori controllo. Per sentirsi adeguato e forte l’unico modo che crede di avere è quello di manifestare un completo controllo sui propri bisogni fisiologici, ovvero il mangiare. Visto che questo è l’unico bisogno fisiologico più facilmente controllabile. Quindi l’idea non è necessariamente il “non mangiare” ma “quanto riuscirò a posticipare il momento in cui mangerò qualcosa”.

I soggetti anoressici tendono a giudicare sè stessi e ad influenzare i propri livelli di autostima in base al proprio peso e al proprio corpo.

Il concetto può risultara ancora più chiaro se analizziamo dal punto di vista psicologico che cosa vuol dire avere stima di sè?

L’autostima è il valore che ognuno di noi attribuisce a se stesso come essere umano nella sua totalità. Normalmente viene “calcolata” sulle varie sfaccettature di noi stessi, attraverso una media ponderata dei sè (intesi come manifestazioni di se stessi). Uno di questi sè è il sè corporeo, inteso come tutto quello che riguarda il nostro corpo (ovvero non solo il corpo in sè ma anche le sensazioni che mi può dare, le opinioni che possono avere gli altri del mio corpo, etc…).

Il soggetto anoressico tendenzialmente annulla tutti gli altri sè basando il proprio senso di adeguatezza unicamente al proprio sè corporeo.

Nelle forme più gravi si può incorrere in fenomeni di forte magrezza accompagnata da un pallore della pelle quasi cadaverico, malnutrizione, inedia e amenorrea.

Bulimia nervosa

Nel linguaggio medico è intesa come un’eccesiva voracità incontrollata, e quindi patologica, nel mangiare, seguita da condotte di eliminazione, come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi, di diuretici ma anche l’esercizio fisico eccessivo.

disturbi comportamento alimentare dott. Enrico Veronese
nella bulimia viene indotto il vomito

Le abbuffate di un soggetto bulimico NON sono da intendersi come quelle quelle che siamo soliti fare nel periodo natalizio…, ma sono contraddistinte da una voracità nel mangiare che porta al consumo di ingenti quantità di cibo in un tempo molto ridotto, e in modo disordinato. Ciò vuol dire che tale soggetto può svuotare ogni scaffale del frigo, dal primo all’ultimo, nell’ordine in cui trova le cose, senza un ordine logico. Finendo quello che c’è nel frigo può anche riversarsi su quello che c’è nel congelatore, consumando i cibi al suo interno ancora congelati o surgelati! Questo vuol dire che un bulimico (così come un anoressico) non trae nessun piacere dal cibo, non nè trae nè gioia nè gusto.

La diagnosi di Bulimia attualmente può essere data solo ed esclusivamente se esistono le condotte di eliminazione. Vuol dire che il soggetto, dopo l’abbuffata, si rende conto del possibile danno che ha causato al suo peso corporeo, e quindi tenta di rimediare al danno provocandosi il vomito, usando lassativi o effettuando un attività fisica eccessiva fino allo sfinimento.

Dal punto di vista psicologico il soggetto bulimico è l’opposto del soggetto anoressico, in quanto rispetto a quest’ultimo non riesce ad avere nessun tipo di controllo sui bisogni del proprio corpo.  É caratterizzato da una forte impulsività, in quanto “prima fa… e poi pensa”. Tali soggetti hanno infatti anche grossi problemi nel gestire le loro emozioni, hanno un grosso caos emotivo, e percepiscono le emozioni in maniera molto intensa, sia quelle positive che negative. Al contrario invece i soggetti anoressici tendono ad innalzare la propria soglia di percezione delle emozioni, cercando di distaccarsi da essi, per cui apparentemente sembrano molto freddi e apatici.

Anche per i bulimici l’autostima è direttamente influenzata dal peso corporeo.

Il livello di gravità di tale disturbo del comportamento alimentare è direttamente proporzionale al numero di condotte di eliminazione nell’arco della settimana.

La cosa importante da tenere presente è che i soggetti bulimici, dal punto di vista estetico, sono più difficili da riconoscere rispetto agli anoressici. Infatti tendenzialmente si tratta di soggetti normopeso o leggermente in sovrappeso.

Alla bulimia sono associati anche altre altri disturbi mentali come al depressione, l’ansia o problemi come la tossicodipendenza o l’alcolismo. Inoltre le persone che soffrono di bulimia si può riscontrare pelle inspessita sulle nocche (dovuto al ripetuto sfregamento degli incisivi sulle nocche per provocarsi il vomito) e danni ai denti (perdita dello smalto).

Disturbo di alimentazione incontrollata o Binge-Eating

Tale disturbo, detto anche BED (acronimo di Binge Eating Disorder) è tipico nei soggetti che hanno un’alimentazione compulsiva, caratterizzata dalla perdita di controllo. Sono molto simili ai soggetti bulimici, anche da un punto di vista psicologico. Ciò che cambia è l’assenza di conddotte di eliminazione successive alle abbuffate compulsive. I soggetti binge-eater quindi dopo le abbuffate non fanno nulla, si sentono in colpa e basta, non mettono in atto condotte di eliminazione ma al massimo evitano di mangiare il giorno dopo, la sera dopo o la sera stessa, spesso tra l’altro con scarso risultato.

DCA dott. Enrico Veronese
disturbo alimentazione incontrollata

Le abbuffate sono associate ad almeno 3 dei seguenti aspetti:

  • mangiare molto più rapidamente del normale;
  • mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;
  • mangiare grandi quantità di cibo senza sentirsi affamati;
  • mangiare in solitudine, a causa dell’imbarazzo sociale,  grandi quantità di cibo;
  • provare disgusto di sé;
  • depressione;
  • intensa colpa dopo l’abbuffata.

Anche questi soggetti hanno un gravissimo legame tra la stima di sè e la percezione della propria immagine corporea. Infatti è proprio per via della loro scarsissima autostima che non praticano condotte di eliminizazione, come il vomito autoindotto, perchè tanto pensano sia tutto inutile. Vivono gli eventi tendenzialmente in modo molto passivo e pensano di poter risolvere i propri problemi e le loro ansie affogandole nel cibo, pur essendo consapevoli dei rischi in cui incorrono.

Il livello di gravità di tale disturbo del comportamento alimentare è correlato alla quantità di abbuffate a settimana.

É importante tener presente che tutti questi disturbi del comportamento alimentare di solito non compaiono singolarmente o in maniera isolata. Dipende dalle fasi che sta affrontando un individuo. Infatti tutti i DCA sono un’unica grande categoria di disturbi ma con diverse manifestazioni.

Ci possono essere individui che passano da una fase anoressica, poi sviluppano un disturbo bulimico per poi magari andare su un versante di binge eating. Non hanno tre diversi problemi, ma un unico problema con manifestazioni differenti in base a ciò che vivono e ciò che riescono ad essere in quel momento particolare della loro vita.

Mediamente il range di persone che riscontra questa tipologia di problema va tra i 15 e i 40 anni di età, in prevalenza donne. I picchi di maggior prevalenza si hanno sicuramente nelle fasi adolescenziali, dai 16 ai 18 anni.

Di solito le persone maggiormente a rischio di incorrere in questi disturbi sono coloro che hanno avuto un parente stretto che ha sofferto o che soffre di questa condizione. Anche i fattori genetici contribuiscono ad aumentare il rischio di insorgenza, così come lo stress psicologicio, la scarsa autostima, soprattutto quando è legata all’obesità, e anche la pressione culturale dettata soprattutto dai mass media, che spingono implicitamente le persone ad avere un certo tipo di fisico per imitare i propri modelli di bellezza.

Ulteriori Disturbi del Comportamento Alimentare

Vi illustro ancora molto rapidamente altri Disturbi del Comportamento Alimentare anche se non sono presenti nel DSM-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali).

Dismorfia muscolare

La dismorfia muscolare, anche detta anoressia inversa o bigoressia, è caratteristica dei soggetti aventi una forte muscolatura anche imponente, sono tipicamente i classici frequentatori di palestra assidui. Nonostante abbiano raggiunto una massa muscolare più che sviluppata, continuano a vedersi “piccoli”. Il loro scopo non è quello di eliminare il grasso ma è solamente quello di aumentare la massa muscolare. Questa condizione causa disagio significativo a livello sociale, lavorativo e personale tanto che questi soggetti non amano esporre il proprio corpo, se lo devono fare lo fanno con estremo imbarazzo, tendono ad utilizzare una dieta iperproteica per aumentare la massa muscolare, con 5 – 6  pasti al giorno.

Picacismo

È un disturbo che prevede l’ingestione continua nel tempo di sostanze non nutritive, ad esempio la carta igienica, la gommapiuma dei divani, la terra, la carta, il cotone, etc…

DCA dott. Enrico Veronese
picacismo

Un tempo era presente solo nei bambini, mentre invece da diversi anni si riscontra anche negli adulti. Oltretutto tali individui sanno benissimo che non dovrebbero avere questo tipo di comportamento, ma non riescono a farne a meno.

L’ingestione di tali sostanze può causare seri problemi di digestione e quindi di assorbimento dei nutrienti per il cibo normale.

Disturbo di ruminazione

È un altro disturbo del comportamento alimentare in cui i soggetti masticano il cibo, lo ingoiano, e poi lo vomitano per poi rimasticarlo o risputarlo.

In questi casi vanno escluse patologie mediche prima di dare una diagnosi di questo tipo.

Disturbo da irritamento o restrizione

In questo caso i soggetti aventi questo disturbo hanno una mancanza di interesse per il mangiare, oppure provano un irritamento dovuto alle caratteristiche sensoriali di un alimento in sè, oppure possono provare una preoccupazione per le conseguenze avverse che può avere il mangiare.

Può sembrare simile all’anoressia nervosa ma non lo è, in quanto in questo caso il soggetto non è preoccupato di dover perdere grasso come mancanza di autocontrollo.