dott. Enrico Veronese carne rossa cancro

Carne rossa e cancro

Ma è vero che la carne rossa fa venire il cancro?

Questa è una delle domande che mi viene posta più di frequente dai pazienti e nei seminari. Privarsi del piacere di mangiare una buona bistecca preoccupa molti, e onestamente anche me…

Chi dice che la carne rossa è fattore di rischio per il cancro?

Lo dice la International Agency for Research on Cancer (IARC), e non solo, massima autorità mondiale in materia da cui prendono orientamento tutti gli altri organismi per la sicurezza alimentare, mondiali ed europei. La IARC pone anche un limite di circa 500 gr la settimana di carne rossa, consigliando di evitare gli insaccati. Come potete immaginare è un limite generico, perché non tiene conto del peso, dell’età dello stile di vita della persona, ecc.

Carne rossa e cancro
500 gr è il limite di carne rossa settimanale consigliato

Quindi lo stesso organismo che ci mette in guardia ci dice che tutto sommato (facendo lo stesso IARC riferimento allo studio EPIC) un quantitativo di carne rossa controllato è sicuramente tollerato e utile per la salute perché fornisce macro-micro e oligoelementi utili.

Inoltre, non si può parlare di carne senza valutare una serie di aspetti collaterali che ne riguardano il consumo.

Fanno sicuramente più danno:

  • Carni troppo cotte o bruciacchiate
  • Carni salate
  • Insaccati
  • Carni fritte (ancora di più se in olio utilizzato più volte)
  • Carni affumicate
  • Carni molto grasse
  • Carni addizionate di nitriti e nitrati per esaltarne il colore (leggete sempre le etichette)
dott. Enrico Veronese carne rossa cancro
La carne bruciacchiata è cancerogena

Sarebbe interessante valutare degli studi sulla popolazione dove si considerino il consumo di carne ma anche tutta una serie di aspetti che riguardano lo stile di vita. Mi spiego: se io consumo molta carne ma si tratta di carne magra, cotta nel modo giusto e allo stesso tempo consumo molta fibra, faccio attività sportiva e stile di vita corretto (no alcol ecc.), ho probabilmente molte meno possibilità di ammalarmi rispetto ad un individuo che applica uno stile di vita opposto. Lo studio epidemiologico purtroppo non arriva a valutare questi aspetti, perché non è individuale ma viene fatto sulla popolazione in generale.

Viene, infatti, valutato il RISCHIO RELATIVO, che confronta due categorie: chi consuma carne ha il 18% di possibilità in più di avere un cancro all’intestino rispetto a chi non la consuma.

È qui che nasce l’equivoco e il falso allarmismo.

 

Questo dato inganna!

Il rischio assoluto di morte per cancro all’intestino per la popolazione (qui non c’è alcun confronto tra categorie, è un dato reale) è del 5,6%. Se si consuma carne il rischio aumenta del 18% che rapportato al 5,6% (5,6 x 0,18) fa l’1,008% in più di rischio. QUINDI IL RISCHIO ASSOLUTO PER CHI MANGIA CARNE PASSA DA 5,6% A 6,6% LA DIFFERENZA ASSOLUTA TRA CHI MANGIA CARNE E CHI NON LA MANGIA NON È DEL 18% MA SOLTANTO DELL’ 1,008%.

Quindi, tutto sommato, la differenza è molto minore di quello che si pensa.

Non dobbiamo dimenticare che si tratta di statistiche, che come già detto, tengono in considerazione la popolazione e non l’individuo singolo. Quindi se si tiene uno stile di vita corretto si fa sport, si mangia fibra, ecc. il rischio di ammalarsi di cancro all’intestino diminuisce notevolmente.

In questo tipo di valutazione gli scienziati non ci dicono per esempio, che sicuramente gli insaccati fanno più danno della carne rossa, ma valutano semplicemente l’attendibilità e la quantità degli studi in materia è “una misura della sicurezza con cui gli esperti si esprimono sulla cancerogenicità di un prodotto”.

Per esempio gli studi in materia che riguardano la correlazione cancro/tabacco e carne lavorata/cancro sono molti e attendibili per entrambe le correlazioni e quindi sono nella stessa categoria 1A.

carne rossa e cancro
Gli insaccati non fanno male come una sigaretta

Questo significa che il salame fa male come una sigaretta?

Ma assolutamente no!

Vediamo i dati:

  • carne: 18% del tumore al colon potrebbe essere associato al consumo della carne (rischio relativo vedi sopra).

3% dei tumori totali potrebbe essere associato al consumo della carne.

  • Tabacco: 86% del tumore al polmone potrebbe essere associato al consumo del tabacco.

(rischio relativo vedi sopra)

19% dei tumori totali potrebbe essere associato al consumo del tabacco.

Quindi stessa categoria ma dati completamente diversi, è molto più rischioso fumare che mangiare insaccati.

Ma come funzionano gli studi epidemiologici?

In genere, sono metanalisi (studi che a loro volta vengono fatti su altri studi) caso-controllo, cioè lo scienziato valuta una popolazione specifica a posteriori cioè quando l’esposizione del fattore a rischio è già avvenuta, e valuta:

  1. chi ha avuto una patologia specifica, tumore (detti casi), per esempio in questo caso tumore al retto.
  2. chi non ha avuto la patologia (detti controlli).

Dopo di che si verifica se l’esposizione al fattore di rischio (in questo caso la carne) è avvenuta più di frequente nei casi o nei controlli.

Quindi, come si può dedurre da questa spiegazione molto semplicistica, le variabili in gioco non considerate sono moltissime e viene sempre valutata una popolazione e mai il singolo.

Concludendo, nell’affrontare la possibilità di escludere o meno la carne rossa dalla nostra dieta dobbiamo evitare di essere superficiali, valutare i dati con obbiettività, evitare i falsi allarmismi e dopo di che agire secondo coscienza in modo sereno evitando radicalismi.

programma nutrizionale nutrizionista enrico veronese

Il programma nutrizionale giusto…non esiste!

Dieta: il programma nutrizionale giusto non esiste

Non esiste un programma nutrizionale giusto in assoluto.

Il programma nutrizionale giusto per una persona, è il programma che, in base alle sue condizioni psicofisiche e in base al suo stile di vita, è in grado di portare avanti in quel momento.

Un programma alimentare va sempre fatto in due, paziente e nutrizionista.

Questo è uno dei punti cardini del metodo adattivo.

Molti non sanno che il fallimento di una dieta, il più delle volte, soprattutto nelle prime fasi, non dipende dal tipo di dieta ma da fattori più complessi che riguardano in modo globale la sfera dell’individuo.

Programma nutrizionale
Nutrizionista e paziente, un lavoro da fare in due

Il programma perfetto che dopo tre settimane viene interrotto, non è il programma perfetto o almeno non lo è per quel determinato soggetto, in quel particolare momento. Due gemelli con stesse caratteristiche fisiche ma diverso stile di vita (es. uno fa i turni in fabbrica e l’altro no) avranno due programmi alimentari diversi. La differenza non la fa solo quello che facciamo durante la giornata, la fa anche la condizione psicologica (stress, problemi vari etc.) e culturale (in relazione al cibo) .

dieta personale
La dieta dev’essere personale

Infatti prendendo sempre come esempio i due gemelli, se uno si è appena separato dalla moglie e l’altro invece vive felice e contento, i programmi dovranno essere diversi; stesso discorso nel caso in cui uno dei due abbia conoscenze in campo nutrizionale e l’altro non sappia la differenza tra una proteina e un carboidrato.

Questo approccio, che non vuole in nessun modo discriminare qualcuno, è molto pratico e realistico, permette al paziente di rendersi conto della sua reale situazione e di partecipare alla realizzazione del programma.

La dieta deve essere la “vostra dieta” e non, come succede spesso, uno stampato che viene dato a chiunque indiscriminatamente.

Non di rado, mi capita di trovare pazienti (provenienti dallo stesso professionista) con diverse caratteristiche fisiche ma con programmi perfettamente identici.

Quindi come si deve procedere per la personalizzazione secondo il metodo adattivo?

Per prima cosa bisogna fare una valutazione psicologia e comportamentale che riguardi l’atteggiamento del paziente nei confronti del cibo, tramite test specifici. In un secondo momento si deve ricostruire la giornata alimentare tipo del paziente tramite questionario (che ne valuti retroattivamente le abitudini alimentari). Dopo di che, tramite programma informatico altamente specializzato, l’alimentazione viene scomposta in più di 130 costituenti biochimici, che ci danno una fotografia precisa di tutto ciò che è in eccesso o in difetto nel programma nutrizionale pregresso del paziente (macro e micro nutrienti, oligo elementi-minerali).

Tutto ciò ci permette di sapere le vitamine (A,D,E,K, gruppo B, C, etc.), i minerali (sodio, potassio, zinco, selenio etc.) e la composizione dei macronutrienti, tipo di zuccheri (semplici o complessi), tipologia delle proteine, composizione della fibra ecc.

Dopo questo primo step il metodo adattivo si concentra sulla composizione corporea. E’ fondamentale capire la percentuale di massa magra e massa grassa del soggetto per determinare gli obiettivi (diminuzione di grasso e in quanto tempo, oppure aumento muscolo ecc); il peso e il BMI ci danno solo dati relativi che vanno approfonditi con esami più specifici.

Dieta personalizzata
La plicometria, il metodo di rilevamento antropometrico

Terza fase del metodo, che viene sovente trascurata riguarda il fabbisogno calorico giornaliero. Quest’ultimo è un parametro fondamentale senza il quale la dieta non può essere personalizzata. Se mi chiedete la benzina per 24 ore di viaggio io sono obbligato a porvi due domante precise, cosa consuma la macchina (km che si fanno con un litro di benzina) e quanti km dovete fare.

Trasponendo questa metafora in campo nutrizionale i parametri che ci interessa sapere sono due, il metabolismo basale, che è il consumo che ha il soggetto stando 24 ore fermo coricato in una stanza a temperatura costante (che coincide al consumo km/l della macchina), a cui va moltiplicato un coefficiente LAF, che tiene presente di tutte le attività che vengono svolte extra riposo dalla persona. Questo calcolo viene determinato con specifici programmi e algoritmi a la loro attendibilità e in relazione alla qualità del programma.

A questo punto il professionista incrociando i dati che ha a disposizione ( sempre seguendo la specifica metodica del metodo adattivo) e in grado di sviluppare le basi per un programma nutrizionale specifico per il soggetto. Si tratta inizialmente solo delle fondamenta strutturali del programma stesso

Occorre a questo punto, per completare la dieta, fare un ultima fase analitica adattiva, dove il paziente da oggetto, diventa soggetto e partecipa attivamente, tramite un percorso guidato adattivo, alla realizzazione pratica del suo modello alimentare.

Più la dieta è compatibile alla suo stile di vita, alle sue abitudini, alle sue esigenze e più sono le probabilità che il programma non venga interrotto.

Un programma interrotto da esito zero, un programma fatto parzialmente, da sempre e comunque un risultato positivo.

E’ quindi possibile che la dieta giusta per il soggetto sia in realtà una dieta “sbagliata” in senso assoluto, ma questa dieta però segna un passo avanti importante rispetto a come si alimentava prima il paziente. Questo ci consente di arrivare allo step successivo, (dopo 5 settimana circa) dove verrà perfezionata ulteriormente, e cosi via sia. Questo consente una progressione senza fatica e l’acquisizione di abitudini corrette che andranno a consolidare uno stile di vita che verrà poi mantenuto per sempre nel tempo.

dott. Enrico Veronese la spesa

Spesa & Dieta

Dieta: la spesa, la logistica, come conservare i cibi


Molti non sanno che il fallimento di una dieta il più delle volte, soprattutto nelle prime fasi, non dipende dal tipo di dieta ma semplicemente da un fatto logistico-organizzativo ( spesa etc. )
Partiamo da un concetto elementare, non si può fare un programma alimentare se non si hanno a disposizione gli alimenti. Lo so, messa così sembra un’ovvietà, ma se fate un esame più approfondito vi renderete conto che il problema è più complesso di quello che appare.


Proprio per questo motivo, una dieta non si deve mai iniziare da un giorno all’altro, ma ci vuole tempo, almeno una settimana, per rodare una serie di meccanismi che devono portare a degli automatismi nella spesa.
Gli automatismi permettono di costruire un’abitudine e l’abitudine ci porta al risultato.

dott. Enrico Veronese la dieta alcalina
Bisogna creare degli automatismi
Automatismo-abitudine-stile di vita-successo

L’automatismo richiede che le scelte siano lineari e semplici e che le abitudini che tentiamo di costruire si possano anche mantenere nelle giornate in cui tutto va storto e siamo di cattivo umore.


Fare una dieta non è una prestazione di velocità ma di durata, questa gara la vince chi trova la stabilità, in modo progressivo con una serie di programmi adattativi che portino a costruire uno stile di vita. Questo metodo mette in cantina il concetto obsoleto di dieta e dieta di mantenimento (che in genere è un fallimento) e ci porta a una visione meno meccanica e più personalizzata della dieta che tiene anche presente la parte psicologica e motivazionale.


Ma torniamo a cose pratiche, come la spesa. Per iniziare abbiamo bisogno che gli alimenti nel programma siano a disposizione nel giusto quantitativo e formato, conservati nel modo giusto e, se necessario, cotti in modo tale da preservare il più possibile le loro caratteristiche.
Innanzitutto ci vuole un luogo dove fare la spesa, deve essere comodo e avere possibilmente molta scelta e varietà. Personalmente ritengo che una o due spese settimanali “ufficiali” al supermarket siano ottimali, dopo di che se in zona riuscite ad individuare anche un piccolo negozio di alimentari per eventuali compensazioni dovuti ad errori di valutazione sarebbe perfetto.

Spesa dieta
La spesa va fatta 2 volte a settimana

Poi, dopo aver individuato il posto (o i posti ) dove approvvigionarsi è buona pratica suddividere gli alimenti in categorie :

  • pasta
  • pane
  • patate, ecc. (carboidrati complessi)
  • frutta (carboidrati semplici)
  • carni
  • pesce
  • uova (fonti proteiche)
  • latticini vari come yogurt
  • formaggi
  • latte (fonti proteiche)
  • insaccati ( bresaola, prosciutto crudo e cotto fonti proteiche in genere sconsigliati per l’eccesivo apporto di sale e in alcuni casi polifosfati, nitriti e nitrati)
  • verdura (fibra e vitamine).


Una volta fatta la suddivisione e verificato che il posto scelto abbia tutte le categorie che ci interessano, dobbiamo fare un calcolo approssimativo dei quantitativi, per poter fare una scorta degli alimenti che ci consenta di arrivare alla spesa successiva.
Per poter fare il calcolo ci conviene prima fare un sopralluogo, (sempre con il nostro taccuino per gli appunti) dove valuteremo le marche dei prodotti, (vi invito a leggere il mio articolo su come capire i valori nutrizionali dell’etichetta) e di conseguenza scoprire i formati e le scadenze che sono fondamentali per poter fare delle scorte.

Inoltre il primo sopralluogo ci consente di capire la disposizione dei cibi nell’ambito dei locali (in genere molto ampi) e di stilare una piccola mappa per evitare di girare inutilmente a vuoto e perdere tempo.
Seconda fase, come organizzarci una volta che la spesa è a casa, come conservare gli alimenti.
Anche in questo caso dobbiamo essere previdenti e ancora prima di andare al supermercato avere scelto, nella nostra cucina, una locazione adeguata ad ogni singola categoria alimentare.

Carboidrati complessi (pasta, pane ecc.) in reparti asciutti chiusi e a temperatura ambiente, frutta in ambiente aperto, possibilmente non ammucchiata e lontana da fonti di calore. Mentre le fonti proteiche varie (latte, carne, pesce, uova) e le verdure vanno mantenute in frigo.
Per non commettere errori con le scadenze conviene mettere sempre davanti i cibi che scadono prima, magari ulteriormente evidenziati segnandoli con un pennarello o numerandoli.


Sia per i carboidrati complessi che per carni, pesce e verdure si può valutare il congelamento. Dobbiamo però tenere presente che i nostri freezer abbattono la temperatura in modo troppo lento. Quindi è possibile che dopo lo scongelamento l’alimento non preservi più le caratteristiche originali in quanto, la formazione di cristalli eccessivamente grossi provocano alterazioni biochimiche alle cellule. Sarebbe ottimale utilizzare un abbattitore di temperatura, che consente il congelamento in breve tempo preservando le caratteristiche del prodotto originale. Unico inconveniente è il costo, purtroppo spesso proibitivo. Con l’abbattitore la temperatura viene abbattuta in meno di un’ora, il prodotto poi viene conservato normalmente in congelatore.

Spesa per dieta
La disposizione nel frigo ci può aiutare per le scadenze degli alimenti

Per scongelare, l’ideale è a temperatura ambiente, ma si può anche fare con una fonte di aria calda (non troppo) con acqua tiepida corrente, (ovviamente il prodotto deve essere in un contenitore impermeabile) tramite microonde (seguendo dettagliatamente le istruzioni per scongelare, evitando di accelerare l’operazione). Meno adatto è uno scongelamento rapido che preserva meno le caratteristiche del prodotto.
Una cattiva conservazione dei cibi può causare alterazione del sapore o, peggio, contaminazioni batteriche nocive quindi è molto importanti essere attenti in questa fase.
In un prossimo articolo valuteremo i tipi e i vari aspetti della cottura.

Dieta: la motivazione è tutto, ci vuole un nutrizionista mental coach

La dieta parte dalla mente, lo psicoadattamento e la motivazione.

Ci sono teorie che confermano che l’approccio psicologico è ancora più importante di ciò che si mangia. Il modo in cui affrontiamo una situazione può già farci capire se i nostri sforzi si trasformeranno in un successo o in un fallimento.

motivazione dieta dott. Veronese

In realtà affrontare un programma alimentare senza fare un’analisi attenta degli aspetti psicologici che ci hanno portato in una certa condizione fisica, e alla volontà di modificarla, può vanificare tutto il lavoro.

Tutto parte dalla motivazione: con il giusto approccio ognuno di noi può fare cose incredibili e inaspettate.

Ma la motivazione è come le cipolle, a volte si crede di fare una cosa per un certo motivo, e poi sbuccia, sbuccia e viene fuori che in realtà la causa era tutt’altra.

Cerchiamo ora di capire perché è cosi complesso per noi affrontare un percorso alimentare e di attività fisica, quando in realtà apporta così tanti benefici alla nostra salute ed estetica.

Verrebbe spontaneo pensare che il nostro istinto dovrebbe guidarci in modo naturale in questa direzione, essendo la cosa giusta da fare anche dal punto di vista fisiologico.
In realtà questo non avviene, in quanto il ragionamento che vi ho fatto è stato elaborato dalla parte più evoluta del cervello (la corteccia) che ha sviluppato concetti complessi e li ha valutati secondo una prospettiva, cioè in base a cose che succederanno in futuro.

motivazione dieta dott. veronese

Per ciò che concerne dieta ed attività fisica i segnali che dà la nostra mente non sono cosi evoluti, sono primordiali. Vengono elaborati da sezioni più profonde del cervello, che non elaborano e forniscono segnali simili a quelli che percepiscono gli animali. Per un lupo il riposo è fondamentale, deve riservarsi per la caccia. Un lupo quando cerca cibo cerca alimenti grassi, proteici, ad alto contenuto calorico perché non ha idea di quando ci sarà la prossima caccia , e quindi il suo organismo si predispone in tutti i modi per la sopravvivenza.

Per questo siamo tendenzialmente pigri, e il nostro istinto ci spinge a intraprendere azioni, a livello di stile di vita, che non sono funzionali alla salute e all’estetica, perché vuole preservarci sino alla prossima caccia… ma oggi non siamo più cacciatori, si va al supermercato, e quindi?

La nostra motivazione deve essere più forte del nostro istinto, e per essere duratura deve avere basi solide e cause certe.

Colloquio gratuito nutrizionista Enrico Veronese

La privazione del cibo non si può prendere alla leggera. Ci sono studi che dimostrano che mangiare è una soddisfazione parificata al sesso o a una promozione sul lavoro.

Privarsi di qualcosa che piace (in modo non programmato) può scatenare l’effetto opposto, cioè il desiderio per la cosa di cui ci siamo privati aumenta in modo esponenziale: più te ne privi e più lo desideri. Non per niente si dice che in amore vince sempre chi fugge. La nostra mente fa scattare un meccanismo inverso, e cosi ci porta a desiderare di più un prodotto, se quel prodotto è in offerta limitata (su queste cose si basano i meccanismi delle pubblicità).

Capire questi meccanismi è fondamentale per non cadere nei tranelli che ci tende la nostra mente. Ma torniamo alla motivazione e alle sue cause.
Il fine di una dieta, come già detto più volte, non è dimagrire o stare in salute, il fine è di essere felici. La motivazione deve sempre considerare questo fondamentale punto: il primo errore che si commette è quello di pensare che dimagrire possa risolvere problematiche della nostra vita che con il nostro aspetto esteriore hanno poco a che vedere.

Se questo punto non viene analizzato in modo approfondito si acquista un biglietto di sola andata per il fallimento. La motivazione dura se ha basi reali e non illusorie.

Ho una paziente che si chiama Roberta (nome di fantasia), ha 53 anni ed è da poco in menopausa. Da qualche tempo ha lasciato il marito e non sta passando un buon periodo: i figli ormai grandi sono poco a casa perché frequentano l’università e il lavoro non le dà particolari soddisfazioni. Roberta è sovrappeso, non pratica attività fisica ed è venuta da me perché non si accetta più e vuole dimagrire.

Roberta è convinta che dimagrendo la sua vita cambierà radicalmente, perché secondo lei tutto dipende dal suo aspetto, che fa a pugni con una società che ci vuole tutti giovani e magri.

Roberta è molto motivata e sono sicuro che avrà ottimi risultati. Quello di cui non sono convinto, però, è che la sua motivazione possa durare nel tempo.

Perché, mi chiederete voi? Perché non sono sicuro che il miglioramento estetico possa da solo risolvere le cose e dare serenità a Roberta. Ci sono situazioni nella vita di Roberta – vedi il rapporto con il marito – che necessitano di una elaborazione molto più complessa.

Roberta deve capire che dimagrire non è la soluzione: non è il fine, ma un mezzo. Un mezzo importante che ci permette di affrontare situazioni più complesse (e soprattutto ci fa stare in salute), perché ci sentiamo più sicuri di noi e più determinati.
Questo tipo di consapevolezza, che nasce anche da un percorso di mental coaching che il metodo adattativo prevede, consente di mantenere la motivazione nel tempo e di raggiungere il vero obbiettivo.

Colloquio gratuito nutrizionista Enrico Veronese
dott. Veronese Enrico motivazione

Dieta: ci vuole un nutrizionista mental coach, la motivazione è tutto

La dieta parte dalla mente, lo psicoadattamento e la motivazione.

Ci sono teorie che confermano che l’approccio psicologico è ancora più importante di ciò che si mangia. Il modo in cui affrontiamo una situazione può già farci capire se i nostri sforzi si trasformeranno in un successo o in un fallimento.

dott. Enrico Veronese motivazione

In realtà affrontare un programma alimentare senza fare un’analisi attenta degli aspetti psicologici che ci hanno portato in una certa condizione fisica, e alla volontà di modificarla, può vanificare tutto il lavoro.

Tutto parte dalla motivazione: con il giusto approccio ognuno di noi può fare cose incredibili e inaspettate.

Ma la motivazione è come le cipolle, a volte si crede di fare una cosa per un certo motivo, e poi sbuccia, sbuccia e viene fuori che in realtà la causa era tutt’altra.

Cerchiamo ora di capire perché è cosi complesso per noi affrontare un percorso alimentare e di attività fisica, quando in realtà apporta così tanti benefici alla nostra salute ed estetica.

Verrebbe spontaneo pensare che il nostro istinto dovrebbe guidarci in modo naturale in questa direzione, essendo la cosa giusta da fare anche dal punto di vista fisiologico.
In realtà questo non avviene, in quanto il ragionamento che vi ho fatto è stato elaborato dalla parte più evoluta del cervello (la corteccia) che ha sviluppato concetti complessi e li ha valutati secondo una prospettiva, cioè in base a cose che succederanno in futuro.

dott. Enrico veronese motivazione

Per ciò che concerne dieta ed attività fisica i segnali che dà la nostra mente non sono cosi evoluti, sono primordiali. Vengono elaborati da sezioni più profonde del cervello, che non elaborano e forniscono segnali simili a quelli che percepiscono gli animali. Per un lupo il riposo è fondamentale, deve riservarsi per la caccia. Un lupo quando cerca cibo cerca alimenti grassi, proteici, ad alto contenuto calorico perché non ha idea di quando ci sarà la prossima caccia , e quindi il suo organismo si predispone in tutti i modi per la sopravvivenza.

Per questo siamo tendenzialmente pigri, e il nostro istinto ci spinge a intraprendere azioni, a livello di stile di vita, che non sono funzionali alla salute e all’estetica, perché vuole preservarci sino alla prossima caccia… ma oggi non siamo più cacciatori, si va al supermercato, e quindi?

La nostra motivazione deve essere più forte del nostro istinto, e per essere duratura deve avere basi solide e cause certe.

dott. Enrico Veronese  motivazione

La privazione del cibo non si può prendere alla leggera. Ci sono studi che dimostrano che mangiare è una soddisfazione parificata al sesso o a una promozione sul lavoro.

Privarsi di qualcosa che piace (in modo non programmato) può scatenare l’effetto opposto, cioè il desiderio per la cosa di cui ci siamo privati aumenta in modo esponenziale: più te ne privi e più lo desideri. Non per niente si dice che in amore vince sempre chi fugge. La nostra mente fa scattare un meccanismo inverso, e cosi ci porta a desiderare di più un prodotto, se quel prodotto è in offerta limitata (su queste cose si basano i meccanismi delle pubblicità).

Capire questi meccanismi è fondamentale per non cadere nei tranelli che ci tende la nostra mente.
Ma torniamo alla motivazione e alle sue cause.
Il fine di una dieta, come già detto più volte, non è dimagrire o stare in salute, il fine è di essere felici. La motivazione deve sempre considerare questo fondamentale punto: il primo errore che si commette è quello di pensare che dimagrire possa risolvere problematiche della nostra vita che con il nostro aspetto esteriore hanno poco a che vedere.
Se questo punto non viene analizzato in modo approfondito si acquista un biglietto di sola andata per il fallimento.
La motivazione dura se ha basi reali e non illusorie.
Ho una paziente che si chiama Roberta (non è il suo vero nome, ovviamente), 53 anni da poco in menopausa , si è da qualche tempo lasciata con il marito e non sta passando un buon periodo, i figli ormai grandi sono poco a casa perché frequentano l’università e il lavoro non le dà particolari soddisfazioni.
Roberta è sovrappeso, non pratica attività fisica ed è venuta da me perché non si accetta più e vuole dimagrire.
Roberta è convinta che dimagrendo la sua vita cambierà radicalmente, perché secondo lei tutto dipende dal suo aspetto, che fa a pugni con una società che ci vuole tutti giovani e magri.
Roberta è molto motivata, e sono sicuro che avrà ottimi risultati, quello di cui non sono convinto, però, è che la sua motivazione possa durare nel tempo. Perché? Mi chiederete voi… Perché non sono sicuro che il miglioramento estetico di per sè stesso possa da solo risolvere e dare serenità a Roberta.
Ci sono situazioni nella vita di Roberta, vedi il rapporto con il marito, che necessitano di una elaborazione molto più complessa.
Roberta deve capire che dimagrire non è la soluzione, non è il fine ma un mezzo. Un mezzo importante che ci permette di affrontare situazioni più complesse (e soprattutto ci fa stare in salute), perché ci sentiamo più sicuri di noi e più determinati.
Questo tipo di consapevolezza, che nasce anche da un percorso di mental coach che il metodo adattativo prevede, consente di mantenere la motivazione nel tempo e di raggiungere il vero obbiettivo.